Pon Pon

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Pon Pon


Pon Pon

Un delicato universo completamente popolato da una corte di funghi antropomorfi fa da scenario alle avventure di Pon Pon, un candido e gentile funghetto umanizzato, sempre disponibile a dare una mano e qualche buon consiglio al prossimo. Concepito dalla magica matita di Luciano Bottaro all’ombra della caserma di Orvieto, dove sta svolgendo il servizio militare, il nuovo character vede per la prima volta la luce sul primo numero del 1955 del settimanale Lo Scolaro con il nome di Sor Funghetto: si tratta di una storia per immagini con una didascalia sottostante in versi. Una formula ben presto abbandonata in favore della classica struttura a strisce e a gag, immediatamente tradotta anche in Francia dove viene pubblicata sul periodico Roi de Pique con il nome di Pon Pon le champignon, in italiano diventato, semplicemente, Pon Pon.

Con il passare degli anni il nuovo personaggio si circonda di amici, parenti e conoscenti (tutti funghi, of course) come il pestifero nipote Pestello, sempre pronto a far ricadere sul tenero parente la colpa dei disastri da lui causati, oppure il burlone Agostino, l’immancabile pirata Testanera, il brigante Sparatrombone, e poi ancora Flip, Glop, Arabella, Colombina, Tap e chi più ne ha più ne metta. Una corte di comprimari che arricchisce enormemente la serie che, dopo anni di alti e bassi, trova una seconda giovinezza a partire dal 1971, quando viene pubblicato dal Giornalino, prima sotto forma di storie complete, quindi, a partire dal 1982, come tavole autoconclusive.

una copertina del Giornalino


una copertina del Giornalino

Insaccato in una tutina rossa, il simpatico funghetto vive in un microcosmo dove in tutto sembra tranquillo, lento, rilassato, dove la calma di fondo è accompagnata da un tratto dolce, pieno di curve, dai colori tenui, mai sgargianti: un’ambiente da fiaba, dunque. Ma come accade con le favole più riuscite, tutto questo è solo un’apparenza, una scusa narrativa, una sottile cortina di fumo, sgombrata la quale ognuno di noi può chiaramente vedere che Bottaro sta parlando di noi, del nostro mondo, dei nostri pregi (pochi) e dei nostri difetti (troppi).

Un mondo dove la gentilezza, la disponibilità, la bontà di Pon Pon sono messe a dura prova quasi ogni istante. Attenzione, però, nessun nemico a tutto tondo, nessun villain stile Sua Ventripotenza, nessun fou savant degno di questo nome trama contro il nostro amico; la minaccia più incombente – e dunque più pericolosa – è invece la furbizia, l’egoismo e la cattiveria del quotidiano che ognuno di noi è capace di esercitare troppo spesso.

Ognuno di noi, tranne naturalmente Pon Pon. Al contrario, come niente fosse lui non demorde, non si scoraggia, ma continua a dare agli altri la sua amicizia e la sua disponibilità, guardando il mondo attraverso le lenti di un inguaribile ottimismo, trasmettendoci in ogni riquadro simpatia, felicità e candore.

Ma anche tanta rabbia, diciamocelo pure. Eh già, perché a volte verrebbe voglia di vederlo meno ingenuo, più scaltro; verrebbe voglia di avvertirlo: «Ehi Pon Pon, attento! Svegliati, perché quel fungo è velenoso, proprio come quel mio collega d’ufficio! Non dargli retta, ti vuole fregare, il suo è solo un atteggiamento interessato!».

un Pon Pon augurale


un Pon Pon augurale

Ma poi non lo facciamo, preferiamo vedere come va a finire, leggiamo con apprensione la vignetta vicina, e poi quella dopo, e quella dopo ancora – «Forse questa è la volta buona» –, fino all’inevitabile amara conclusione. Che, ammettiamolo, dopo un attimo di tristezza – a ben pensarci – ci conforta, perché non c’è nulla come le sconfitte e le delusioni degli altri che ci fa sentire meno soli, meno vulnerabili in questo universo a tinte fosche.

Tutto questo Luciano Bottaro lo sa alla perfezione, perché conosce così bene l’animo umano che tutta la sua opera sembra, a volte, essere un riuscito tentativo di esorcizzare tutto quello che di negativo c’è in esso. Una sorta di artistica e frenetica autoanalisi che in Pon Pon raggiunge, nella sua sintesi grafica e concettuale e nel suo gioco di delicati (ma solo in apparenza) contrasti, il punto forse più alto di un’opera ultracinquantennale. Una serie che a ben guardare, vuole dunque essere una satira feroce dei difetti umani.

Una serie, non a caso, che è stata tra le più amate da Bottaro stesso.

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